venerdì 1 febbraio 2013

Programma per la scuola del PD

Articolo di Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria Pd, pubblicato sul sito del partito democratico il 15 gennaio 2013
Gli obiettivi di Europa 2020 chiedono a tutti gli Stati membri di promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. Per il futuro dell’Italia, per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale, dobbiamo raggiungere un risultato molto concreto: dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica e raddoppiare il numero di laureati...
Solo se sapremo investire sui saperi, scommettendo sulla qualità del capitale umano del nostro Paese e su una società della conoscenza diffusa, potremo tornare a crescere. E’ la scuola che deve realizzare il “compito” che l’Art. 3 della Costituzione affida alla Repubblica, quello di rimuovere gli ostacoli di origine economica e sociale che si frappongono fra i cittadini e la loro piena partecipazione alla vita economica e sociale del Paese.
Il PD non solo è stato impegnato in questi anni a difendere il diritto universale all’istruzione ma
intende rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo.
Vogliamo riportare gradualmente l’investimento almeno al livello medio dei Paesi OCSE (6% del
PIL). Torniamo ad investire sulla conoscenza per garantire a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola, per garantire “uguaglianza e libertà”, come ci chiede la nostra Costituzione. La scuola, unico vero ascensore sociale, per ridare slancio ad una società bloccata. Non basta difendere l’esistente, dobbiamo dare a questo Paese una prospettiva di cambiamento.
Vogliamo scuole aperte tutto il giorno, tutto l’anno e per tutta la vita. Facciamo partire di qui il
nostro “progetto per l’Italia”, per mobilitare energie, persone, intelligenze, per farne un nuovo
movimento. Scuole aperte perché come diceva Caponnetto la mafia teme più la scuola della
giustizia. Immaginiamo la scuola come luogo fondante di comunità, dove oltre ai necessari
insegnamenti curricolari ci si può fermare il pomeriggio per studiare, da soli o in compagnia,
trovando libri e computer che a volte gli studenti non hanno a casa, dove si può fare sport,
suonare, recitare, imparare le lingue. Dove diventa un valore anche l’apprendimento non formale e
informale.
Vogliamo che in una scuola come questa la qualità, sia intesa come raggiungimento di risultati
alti per tutti gli studenti (e non solo per una parte di loro); vogliamo contrastare la dispersione
scolastica la discriminazione sociale; il rinnovamento della figura del docente, non più erogatore
di conoscenza, ma sollecitatore dell’apprendimento; la ristrutturazione dei luoghi e dei tempi della
scuola, oggi fissati rigidamente.
Il ministro Profumo ha fatto uno spot sulla “scuola dei sogni” e agli Stati Generali della cultura
è stato contestato, per aver detto una cosa giusta: che bisogna “innaffiare” di risorse la scuola,
l’università, la ricerca. E’ che quando i sogni stridono così profondamente con la realtà dei fatti, le
parole suonano come beffe che offendono.
Ecco perché il Pd non vuole raccontare favole. L’impegno dei democratici e dei progressisti per il
nuovo governo sta scritto nella Carta di Intenti: occorre smettere di cambiare la scuola attraverso
norme contraddittorie e tagli nelle leggi finanziarie.
Occorre promuovere una “costituente per la scuola”, se si vuole uscire dalla rincorsa di questa
o quella emergenza e sfuggire al devastante senso comune che da troppo tempo costituisce il
solo riferimento per la politica scolastica. C’è bisogno di individuare una nuova direzione per lo
sviluppo dell’educazione, che tenga conto del progresso della conoscenza, del mutare dei rapporti
sociali, dello sviluppo dell’economia, dei nuovi scenari aperti dalla tecnologia. Ma occorre anche
valorizzare la specificità del patrimonio della cultura europea, all’interno della quale quello italiano
costituisce un apporto determinante. La costituente per la scuola avrà il compito di delineare un
nuovo profilo per la popolazione del nostro paese e di indicare le condizioni che consentiranno di realizzarlo.
L’unica vera riforma l’ha fatta il centro sinistra e si chiama autonomia scolastica. Le scuole
autonome oggi hanno bisogno di risorse umane e finanziarie certe su cui poter contare per
dispiegare appieno la libertà di insegnamento e un’autonoma organizzazione didattica per
raggiungere un unico obiettivo: permettere agli studenti di raggiungere il proprio successo
formativo e scolastico.
Per questo vogliamo assegnare un organico funzionale (dotazione di personale sia docente sia
ATA) stabile per almeno un triennio ad ogni scuola. E la prima cosa che il nuovo governo dovrà
fare è avere il coraggio di andare a tagliare altrove la spesa statale, rimettendo l’istruzione al
primo posto per rilanciare la crescita e garantire a tutti davvero condizioni di uguaglianza. Metter
mano a graduatorie dove ci sono 200 mila persone non è semplice, ma lo faremo e certamente
non sarà attraverso leggi finanziarie con tagli e smantellamenti. Certo è che per offrire maggiori
opportunità ai nuovi docenti, occorre permettere il pensionamento di quanti (docenti e Ata) sono
rimasti ‘impigliati’ nella riforma Fornero, in questo modo non solo si libererebbero posti di lavoro,
ma avremo la possibilità di allineare l’Italia all’Europa per quanto riguarda l’età anagrafica dei
docenti. Occorre, inoltre, correggere gli errori commessi dal precedente governo con la spending
review in merito agli insegnanti all’estero (è una funziona strategica per la cultura italiana e il made in Italy), per gli inidonei, e gli insegnanti tecnico-pratici.
L’organico funzionale è anche determinante per la questione del sostegno. Nonostante che l’ex
ministro Gelmini continui a ribadire che il servizio di sostegno agli studenti disabili sia addirittura
cresciuto sotto il suo ministero, la realtà è ben diversa. Nell’anno scolastico 2008/2009, 175.778
alunni disabili potevano contare sul supporto di 90.026 insegnanti di sostegno – con un rapporto
di 1,95 alunni per docente di sostegno. Nel 2011-2012, anno in cui Gelmini ha lasciato viale
Trastevere- 198.672 alunni disabili sono stati affiancati da 97.636 insegnanti specializzati, con un
rapporto che per la prima volta ha superato la soglia di 2 alunni per insegnante (2,03). Garantire
un organico stabile significa garantire continuità didattica in un settore dove essa è strategica per
promuovere il successo formativo e favorire l’inclusione scolastica dell’alunno con disabilità.
La scuola non ha bisogno di grandi riforme, ha bisogno di certezze, stabilità e soprattutto di fiducia. Fiducia dopo i tagli di Berlusconi-Tremonti-Gelmini, dopo gli insulti ricevuti, dopo le stagioni Moratti-Gelmini la cui direzione ideologica è stata quella di smantellare il sistema di istruzione pubblico. L’impegno dei democratici e dei progressisti non può esser fatto di roboanti promesse, ma di un confronto aperto, affinché l’istruzione non sia il luogo delle divisioni, ma dell’unità del Paese e gli insegnanti abbiano quel riconoscimento economico e sociale che giustamente meritano.
In Francia, nel 2003/2004, per riallineare le sensibilità e le interpretazioni del compito educativo
della scuola, fu promossa una grande consultazione nazionale, coordinata da un comitato che
godeva della più ampia autonomia presieduto da Claude Thélot (“Commission du débat national
sur l’avenir de l’école”). Alla consultazione parteciparono milioni di persone (politici, sindacalisti,
ricercatori, esponenti del sistema produttivo, dei lavoratori della scuola, delle famiglie, singoli
cittadini interessati ai temi in discussione). In Italia, si potrebbero prevedere diversi livelli di consultazione, nei comuni, in territori con caratteristiche affini, in ambito regionale.
1. Autonomia e governance della scuola 
Oggi il governo della scuola è frammentato su troppi livelli: Ministero dell’Istruzione, con competenza sulle regole generali e gli ordinamenti; Ministero dell’Economia, con competenza sugli stipendi degli insegnanti; Regioni, responsabili del dimensionamento, ovvero del numero e della localizzazione degli istituti, e della formazione professionale; Province, a cui spetta la manutenzione degli edifici nella secondaria di secondo grado (le superiori); Comuni, a cui spettano gli edifici della scuola primaria e secondaria di primo grado, oltre a tutta la scuola dell’infanzia; Istituzioni scolastiche autonome, cui oggi di fatto competono solo le supplenze brevi e le attività extra-curriculari.
L’autonomia delle scuole, che è la più importante riforma degli ultimi 13 anni, è stata voluta da
Luigi Berlinguer e dal governo di centro-sinistra: ben presto, però, il processo si è interrotto e con
i ministri Gelmini e Profumo si è ritornati a un ruolo centrale del Ministero; inoltre non è mai stata
data attuazione alla riforma del Titolo V della Costituzione, che prevede un ampio trasferimento di
poteri alle Regioni.
Un efficace coordinamento fra tanti livelli di governo della scuola è difficile da realizzare: sarebbe
necessario semplificare e chiarire le diverse responsabilità. Una strada possibile è quella di svuotare il Miur e decentrare verso le Regioni: il rischio di aumentare ulteriormente i già enormi divari territoriali è però molto elevato.
La soluzione preferibile, è quella di realizzare pienamente l’autonomia delle singole scuole in
campo didattico, finanziario, amministrativo e gestionale, rafforzando al contempo la verifica dei
risultati dal parte del centro. Il centro rinuncia quindi ai compiti di autorizzazione amministrativa
a priori, ma mantiene il ruolo di valutatore a posteriori, oltre a fissare le indicazioni nazionali (i
programmi) e le competenze richieste al termine di ogni ciclo scolastico. E’ chiaro che gli organi
interni alle 8127 istituzioni scolastiche (di cui 1.500 ancora prive di dirigente scolastico) dovrebbero essere adattati alla maggiore autonomia decisionale delle scuole: il dirigente scolastico non può rimanere senza un controllo efficace da parte del consiglio di istituto, in modo da garantire una verifica di qualità.
2. Crescere bene, crescere insieme. L’educazione e l’istruzione 0-6 ann. Le indicazioni a livello europeo.
Già nel 2002 il Consiglio delle Comunità europee ha riconosciuto l’importanza dell’estensione dei servizi prescolari per lo sviluppo economico dei paesi fissando per il 2010 l’obiettivo di copertura dell’utenza per i bambini sotto i 3 anni al 33%.
Per il nostro Paese è urgente varare un nuovo piano pluriennale per estendere la rete di asili nido
e raggiungere l’obiettivo del 33% di copertura dei posti richiesto dall’Europa. Il centro sinistra di
governo lo ha realizzato anche in epoca di risanamento dei conti, facendo compiere al Paese un
balzo in avanti dal 9 al 18%.
La legge dello Stato dice che tutti i bambini e le bambine hanno diritto ad avere un posto nella
scuola dell’infanzia. Ma i vincoli posti dal patto di stabilità interno all’assunzione del personale e
i tagli ai bilanci degli enti locali hanno fatto crescere nuovamente le liste d’attesa in tutti i grandi
comuni italiani. Stiamo lavorando su una proposta di tipo costituzionale, che disegni i livelli
essenziali. Perché ciò che a tutti deve essere garantito, da tutti deve essere finanziato. E tutti i
bambini, da Torino a Palermo, hanno diritto ad andare a scuola.
I nostri bambini non meritano servizi e scuole dell’infanzia qualunque. L’esperienza realizzata
in Italia nell’ultimo mezzo secolo in applicazione delle leggi 1044/1971 e 444/1968, ottenute
dalle lotte delle donne e dei movimenti sindacali, e ampliata e sostenuta dai governi locali
di centrosinistra, ha mostrato come i servizi educativi prescolari, nidi e scuole per l’infanzia,
costituiscono non solo un’importante fonte di occupazione diretta e indiretta ma anche
un’opportunità educativa di fondamentale importanza per i cittadini più piccoli. Recentemente
anche la Commissione Europea ha ribadito l’importanza di garantire l’accesso universale a
servizi di educazione e di cura per la prima infanzia inclusivi e di buona qualità, per consentire
a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori e fondare il futuro dell’Europa. Investiremo sulla qualità delle prime esperienze educative perché significa combattere le disuguaglianze sociali e garantire a tutti i diritti a una piena cittadinanza.
Per entrambi i segmenti 0-3 e 3-6 è quindi urgente escludere il personale dei servizi educativi dai
vincoli posti dal patto di stabilità interno.
Vogliamo varare subito la legge sullo 0-6 che ridisegni il sistema nei suoi aspetti identitari,
enunciando norme generali, principi fondamentali e livelli essenziali di tutti i servizi e scuole
dell’infanzia e definisca le competenze nella loro programmazione, governance e gestione. Sentito
il parere delle Regioni, occorre individuare criteri strutturali e organizzativi comuni in tutto il Paese
da recepire nelle varie norme regionali e istituire finanziamenti derivanti dalla fiscalità generale.
Parallelamente all’iter della legge e nell’attesa di una ripresa economica del Paese che consentirà forti investimenti sull’infanzia e l’attuazione piena dei livelli essenziali, è necessario intervenire per approntare un nuovo piano straordinario per l’estensione dell’offerta e il progressivo riequilibrio territoriale dell’offerta educativa fino a dar risposta ad almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni e alla totalità dei bambini tra i 3 e i 6 anni, prevedendo un sostegno finanziario non solo per l’istituzione di nuovi servizi e scuole ma anche per la loro successiva gestione, ridisegnare meccanismi di finanziamento pubblico che vedano un’equilibrata compartecipazione dei diversi livelli di governo alla spesa per i servizi per l’infanzia e per le scuole dell’infanzia. Ciò che serve è una governance pubblica del sistema integrato per superare le disparità nelle condizioni di lavoro e nel trattamento economico degli operatori.
3. La scuola primaria: nessun bambino sia lasciato indietro
I modelli educativi del tempo pieno e del modulo con le compresenze degli insegnanti, sono considerati un’eccellenza a livello europeo, e producono, proprio grazie al lavoro in piccoli gruppi, i più alti livelli di apprendimento degli alunni. Durante le ore di compresenza gli insegnanti aiutavano a recuperare chi era rimasto indietro. I test Invalsi e i dati OCSE Pisa parlano chiaro: il rendimento scolastico degli alunni è più alto laddove è più diffuso il modello educativo del tempo pieno.
Noi i gioielli di famiglia del sistema scolastico italiano “tempo pieno e modulo a 30 ore con le
compresenze” li rimetteremo in vetrina e li estenderemo in tutto il Paese.
4. Cambiare la scuola per dimezzare la dispersione scolastica. Il passaggio cruciale dalla
preadolescenza all’adolescenza – Obiettivo:“dispersione zero nel primo biennio della scuola
superiore”
Lotta alla dispersione scolastica, perché nessuno sia lasciato indietro. Dimezzare la dispersione
come chiede l’Europa 2020 richiede interventi mirati, percorsi individualizzati, tempi distesi per
l’apprendimento.
La sfida che si troverà di fronte il nuovo governo è quella di abbattere, in solo sette anni, il 18%
di dispersione, (la media europea è del 13%). Il problema è particolarmente grave per i figli di
famiglie immigrate, soprattutto quelli nati all’estero, che presentano i maggiori rischi di abbandono.
L’insuccesso e la dispersione scolastica, i bassi livelli di apprendimento degli studenti e delle
studentesse rispetto ai propri coetanei europei, si manifestano nella scuola secondaria di primo e
secondo grado. Come tutti sappiamo, il punto di sofferenza è lo snodo che va dagli 11 ai 16 anni,
che coincide con il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza e costituisce il punto debole
dell’azione orientativa. E’ qui infatti che si registra il tasso più alto di dispersione scolastica, con
punte del 30%, soprattutto nel primo anno degli istituti professionali e tecnici.
Il Tempo scuola- L’allungamento del tempo scuola è il miglior antidoto alle disuguaglianze
scolastiche legate all’origine sociale, che sappiamo iniziare nella scuola media ed esplodere alle
superiori. Così come avviene nelle elementari, infatti, l’estensione della scuola alle ore pomeridiane permetterebbe al collegio dei docenti di pianificare l’attività didattica, di svolgere attività di formazione in servizio per i docenti (oggi il 44% dei docenti neoassunti ritiene di non aver ricevuto una sufficiente formazione per insegnare in classi multiculturali e il 46% non è stato addestrato a utilizzare le nuove tecnologie), di sperimentare con metodologie didattiche diverse dalla lezione frontale e di svolgere attività di sostegno e potenziamento degli allievi. Gli ultimi due aspetti sono cruciali. Sappiamo infatti che la scuola media italiana utilizza metodologie didattiche vecchie, poco compatibili con l’Ict, mentre nei paesi più avanzati prevalgono forme di lavoro di gruppo, come il cooperative learning, in cui gli studenti diventano parte attiva dell’insegnamento e aiutano i compagni più deboli.
Un continuo sostegno pomeridiano, unito a un sistema di orientamento, che verifichi precocemente le predisposizioni degli studenti, è il modo più efficace per individuare e combattere i rischi di dispersione scolastica. Vogliamo anche promuovere una “buona pratica” di alcune scuole: fermare la tradizionale programmazione scolastica due volte l’anno per una settimana, per organizzare nelle scuole “classi aperte, classi di livello e sessioni di approfondimento”. Un modo nuovo di lavorare assieme tra studenti e insegnanti.
L’estensione del tempo scuola comporta sicuramente oneri aggiuntivi per l’apertura pomeridiana
delle scuole (prevalentemente costi di riscaldamento e stipendi del personale non docente) e per
l’allungamento dell’orario di lavoro dei docenti (vedi dopo nuovo contratto), ma nettamente inferiori
al guadagno potenziale per il Paese che ne deriverebbe: si consideri che secondo alcune stime un incremento del 5% una tantum del livello di competenze degli studenti, misurato dall’Ocse con Pisa, comporterebbe una maggior crescita annua del Pil pari a cinque decimi.
Scuola Secondaria di Primo Grado
Le analisi della Fondazione Agnelli mostrano come la Media sia il punto più critico della nostra scuola. Sulla base delle recentissime indagini Timms, risulta che fra la quarta elementare e la terza media gli studenti italiani passano da posizioni di assoluto rilievo internazionale in matematica e scienze a livelli di apprendimento al di sotto della media europea. Inoltre, le analisi dimostrano come nelle medie si creino i divari di origine sociale che esplodono al momento della scelta dell’indirizzo delle superiori e che, negli istituti professionali, creano le condizioni per un frequente abbandono.
In sintesi, il problema è che il passaggio da un modello di scuola accogliente come quello della
scuola primaria a uno strutturato rigidamente come quello della secondaria di primo grado, l’eccessiva frammentazione delle materie (11-12), l’assenza di tempo di insegnamento prolungato, le tecniche didattiche obsolete, l’età avanzata dei docenti si scontrano con un’età pre-adolescenziale (11-14 anni), che richiederebbe un’attenzione esclusiva e una didattica specializzata.
La soluzione a suo tempo prospettata di abolire il ciclo delle medie, anche se ha il pregio di ridurre di un anno l’uscita dalla scuola secondaria, secondo la prassi europea, ha la controindicazione di non mantenere una scuola per quella specifica fascia d’età, in cui gli studenti vivono forti cambiamenti fisici e caratteriali, cognitivi (il passaggio al ragionamento astratto), sociali (l’influenza del gruppo di pari). Sarebbe invece preferibile assumere, tramite un apposito concorso, una leva di insegnanti specializzati nella didattica per quella specifica classe di età (preadolescenza e adolescenza).
Scuola Secondaria di Secondo Grado. Rilanciare l’Istruzione Tecnica e Professionale
La scuola secondaria superiore, a differenza della Primaria, non è mai stata riformata, tant’è che
l’attuale impianto, anche dopo il “riordino della Gelmini”, è rimasto quello gentiliano basato su quattro ordinamenti separati tra loro: i licei, gli istituti tecnici, gli istituti professionali e la formazione professionale regionale.
L’intervento dovrebbe riguardare tutto il sistema della secondaria, a partire dai licei, in particolare però, per elevare la qualità del capitale umano del nostro Paese, è necessario investire sull’istruzione tecnica e professionale. Dobbiamo rilanciare l’istruzione e la formazione tecnica e
professionale, perché siamo stati un grande paese industriale, quando abbiamo avuto i grandi periti industriali. Oggi queste scuole, spesso deprivate anche dei laboratori e degli insegnanti tecnico pratici, devono diventare veri e propri laboratori per l’innovazione del Paese.
Nel 2020 in Europa “cresceranno i livelli d’istruzione/formazione richiesti in tutti i tipi di lavoro; a
fronte di questa domanda, però, l’Italia sarà uno dei paesi con la più alta quota di forza lavoro con
bassi livelli di qualificazione , il 37% contro la media del 19,5% dell’UE e sarà caratterizzata da una
carenza fortissima di forza lavoro altamente qualificata solo il 17,5% contro il 32% della UE.” (Dati
della Ricerca – I numeri da cambiare- TREELLE e Fondazione Rocca 2012).
Elevare il successo formativo e scolastico degli studenti e delle studentesse è obiettivo che riguarda tutto il sistema della secondaria perché quasi il 20% degli studenti sedicenni, in obbligo di istruzione, abbandona anticipatamente il sistema formativo. Un quarto degli studenti non consegue un titolo di istruzione di secondaria superiore, in altre parole solo il 75% degli studenti consegue un diploma e/o una qualifica contro una media dell’88% della Francia e del 90% della Germania.
A fronte di questi dati gli obiettivi di Lisbona 2020 prevedono che i diplomati nei Paesi dell’Unione
Europea, quindi anche dell’Italia, arrivino al 90% . Sono questi dati che ci impongono di mettere al
centro dell’agenda l’istruzione secondaria superiore e il sistema dell’istruzione e della formazione
professionale.
Su quali punti intervenire?
Per il 2014/2020 l’Unione Europea sollecita il nostro Paese a mettere in atto politiche di istruzione
finalizzate allo sviluppo dell’occupazione giovanile, (oggi la disoccupazione è attestata al 28,2%,
ma è prevista nel 2013 un’ulteriore crescita sino ad arrivare al 30%) e alla lotta alla dispersione
scolastica.
Per combattere la disoccupazione giovanile è necessario un nuovo patto tra il sistema
dell’istruzione, il mondo del lavoro e le politiche degli enti locali che preveda:
a) un biennio unitario fortemente orientativo e formativo con un’area generale dell’istruzione
realmente equivalente nei piani di studio di tutti gli indirizzi e percorsi individualizzati, con materie
opzionali. Per rendere effettivo l’obbligo d’istruzione a 16 anni, come previsto dal Governo Prodi,
vogliamo puntare alla DISPERSIONE ZERO.
b) politiche efficaci in materia di orientamento (nel primo biennio e nel quinto anno in uscita
verso l’università e o il mondo del lavoro) puntando a creare servizi di orientamento e placement a
sostegno di reti tra licei, istruzione tecnica e professionale;
c) azioni che rendano possibile la transizione dalla scuola al lavoro, da inserire nella didattica
ordinaria, attraverso esperienze di alternanza scuola-lavoro da attuarsi, a partire dal secondo
biennio, in tutti gli indirizzi della secondaria di secondo grado. Il mondo del lavoro è una risorsa
preziosa come “laboratorio di realtà” per alunni che sono in una fascia di età in cui le discipline
formali per acquisire senso ai loro occhi dovrebbero connotarsi come punti di vista da cui osservare il mondo reale.
d) 18 Regioni su 20 hanno scelto un’ampia collaborazione tra i sistemi di istruzione e formazione
professionale, con una programmazione integrata. Non riteniamo opportuno un processo di
unificazione dei due sistemi, né una concorrenza tra gli stessi. Occorre allineare i sistemi,
qualificarli, migliorare le dotazioni strumentali, sanare e ammodernare strutture e edifici spesso
fatiscenti. Il divario territoriale è una delle criticità più rilevanti, da affrontare attraverso (i)
la definizione dei LEAC (Livelli essenziali di Apprendimento e Competenza) (ii) la legge
sull’apprendimento permanente (iii) il riconoscimento, la validazione, la certificazione pubblica
dei crediti e delle competenze e l’accreditamento delle strutture formative (iv) l’offerta di servizi
di trasporto e per il tempo libero. È indispensabile un maggior controllo sulla spesa destinata alla
formazione e sull’impiego dei fondi strutturali comunitari.
e) una nuova governance territoriale per migliorare l’offerta formativa puntando a istituire Poli
per l’Istruzione Tecnica Superiore che tengano insieme l’istruzione tecnica / Professionale e la
formazione professionale (sistema integrato), le imprese, l’università e il mondo della ricerca.
L’istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) va potenziata e gli Istituti Tecnici Superiori
(ITS), istituiti come esperienze di formazione terziaria non accademica, devono rispondere sia
alle esigenze imprenditoriali locali in continua trasformazione, sia ad un’offerta di eccellenza, da
consolidare nei settori strategici dello sviluppo del Paese.
f) azioni che vedano protagonisti gli insegnanti e i dirigenti scolastici per rinnovare gli impianti
culturali delle discipline, in rapporto anche alle nuove tecnologie, che mettano al centro
dell’apprendimento lo studente utilizzando nuove strategie didattiche basate su metodologie attive
e personalizzate. L’obiettivo è quello di avere un sistema di istruzione secondaria capace di fornire
agli studenti una solida e unitaria cultura generale perché possano esercitare il diritto di cittadinanza attiva.
5. Un moderno sistema di valutazione per una scuola pubblica di qualità 
Contraltare dell’autonomia scolastica è che le singole scuole debbano rendere conto del loro operato a studenti, famiglie, amministrazioni e collettività in genere. La pratica dell’autovalutazione, pur utile, non è però sufficiente: solo un ente terzo può indicare punti di forza e di debolezza della singola scuola in modo oggettivo. Il ministro Gelmini aveva avviato due sperimentazioni, una sulla valutazione dei singoli docenti basata sulla loro “reputazione”, l’altra sulla valutazione delle scuole. Il messaggio dato alla scuola in entrambi i casi era quello di voler usare la valutazione per elargire premi o come randello da sbattere in testa a dirigenti, insegnanti, studenti. E, ovviamente, ha creato forti resistenze da parte delle scuole. Il ministro Profumo ha avviato un’ulteriore sperimentazione Vales, che, anche per l’assenza di risorse finanziarie, si è di fatto ridotta a un’autovalutazione guidata.
La valutazione deve essere invece uno strumento di lavoro utile agli insegnanti e alle scuole
per permettere di guidare i ragazzi e le ragazze ad avere livelli di apprendimento e competenza
paragonabili ai loro coetanei europei.
Un serio meccanismo di valutazione delle scuole è quindi un elemento necessario per migliorare
la qualità e l’equità della scuola. Una valutazione efficace permette di imporre percorsi di
miglioramento (formazione, risorse tecnologiche e finanziarie) alle scuole che mostrano gravi
deficit nell’offerta formativa.
Se tocca a noi. Come si può costruire un sistema di valutazione funzionante? Nessuna misura
singola può cogliere tutti gli aspetti del lavoro educativo: occorre quindi combinare osservazioni
da punti di vista diversi. In secondo luogo, nessun sistema di valutazione esterno è in grado, di
individuare il contributo del singolo docente: quello che conta è il risultato del lavoro di squadra di tutto il personale della scuola. I ragazzi hanno più difficoltà nella scuola secondaria, dove c’è meno lavoro di equipe tra gli insegnanti, rispetto alla primaria. Serve quindi maggior  cooperazione all’interno della scuola, se vogliamo migliorare il successo scolastico degli studenti, non maggior competizione.
La valutazione deve servire a far raggiungere a ciascuna scuola, il massimo del proprio potenziale, accompagnandola verso il miglioramento con l’istituzione di un unico Istituto Nazionale per la Valutazione e la Ricerca Educativa. Quindi la valutazione deve essere riferita alla scuola
nel suo insieme e basarsi su indicatori di apprendimento degli studenti, osservazione diretta di
esperti, analisi dell’efficacia della scuola per gli sbocchi educativi o lavorativi successivi: il tutto
ovviamente depurando dalle condizioni di partenza degli studenti e dal contesto socio-economico in cui opera la scuola.
6. Obiettivo Precarietà Zero.
La Formazione iniziale e il Reclutamento – Dagli anni ’80 in poi, per la formazione e il reclutamento degli insegnanti, sono state approvate continue riforme, che non hanno fatto altro che stratificare diritti, troppo spesso lesi, e sistemi ingarbugliati di punteggi, che non fanno altro che alimentare lo sfruttamento. Alla precarietà del vivere degli insegnanti, va aggiunto il danno della precarietà dell’apprendere. Migliaia di studenti ogni anno salutano maestri e professori a giugno, nella quasi certezza di non ritrovarli a settembre, dovendo quindi iniziare il proprio lavoro daccapo.
L’ultimo governo di centrosinistra (ministro Fioroni) aveva provato a mettere mano a questo
sistema infernale per mettere fine alla precarietà, almeno a scuola. Chiuse le graduatorie, facendole diventare ad esaurimento, aveva fatto diventare legge la stabilizzazione in tre anni di 150.000 docenti. Aveva poi ottenuto dal Parlamento la delega per attuare la riforma della formazione iniziale e del reclutamento degli insegnanti.
Dopo aver stabilizzato 60.000 docenti, il governo Prodi cade e arriva il ministro Gelmini che
taglia 132.000 posti di lavoro, apre e richiude più volte le graduatorie ad esaurimento -facendole
raddoppiare nei numeri ed innescando una guerra tra poveri precari del nord e del sud- esercita solo a metà, infine, la delega del Governo con i nuovi TFA che restano slegati dal reclutamento.
Profumo sceglie di reclutare il 50% degli insegnanti attraverso un nuovo concorso. Noi avevamo
chiesto – inascoltati – che il concorso fosse bandito esclusivamente sulle classi di concorso esaurite o in via di esaurimento. Così lo si trasforma in una lotta fra precari e non in una apertura di credito verso i giovani.
Quello che serve davvero è un nuovo piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per
eliminare la precarietà dalla scuola e offrire la necessaria continuità didattica agli studenti. Occorre un nuovo sistema che leghi la formazione iniziale al reclutamento selezionando tramite concorso i migliori laureati per l’accesso alla formazione iniziale, secondo numeri programmati al fabbisogno; anno di prova attraverso tirocinio e supplenze brevi accompagnati da un insegnante esperto, firma del contratto a tempo indeterminato. E’ la proposta del Partito Democratico.
Non costa un euro in più stabilizzare chi lavora su posti vacanti (50.000 secondo dati MIUR). Tra
ferie non godute e disoccupazione, lo Stato non spende molto meno. A dire il vero nella spendig
review il Governo dei tecnici per risanare i conti, si è attaccato pure alla ferie non godute dei precari
della scuola, mantenendo, però, intatti i privilegi della casta dei Generali.
Orario di lavoro. Un nuovo Contratto Nazionale: L’improvvido tentativo del ministro Profumo
di portare a 24 ore l’orario di lezione frontale dei docenti rischia di far perdere di vista un tema
importante per la scuola, che andrebbe affrontato nel rinnovo contrattuale del 2014. I nostri insegnanti lavorano come i loro colleghi europei. Per un insegnante coscienzioso l’orario di lavoro, incluso quello svolto a casa per la preparazione e la correzione dei compiti, si avvicina alle 40 ore settimanali su 10 mesi.
Con il prossimo contratto nazionale di lavoro, vorremmo consentire agli insegnanti di scegliere
fra due opzioni: la prima è quella attuale di 18 ore settimanali di lezione; la seconda è un orario
per cui le attività svolte oggi a casa, come la correzione dei compiti, la ricerca didattica, ecc.
vengono svolte direttamente a scuola nel pomeriggio. Ovviamente chi sceglie la seconda opzione
dovrà essere retribuito maggiormente, avvicinandosi ai migliori livelli europei, e dovrà avere
accesso esclusivo agli sviluppi di carriera (come le funzioni obiettivo o la posizione di dirigente
scolastico). Il contratto deve essere quel punto di arrivo che dà garanzia di futuro nella scuola, ma
anche il punto di partenza di una formazione in servizio che scatta da quel momento in poi. Senza
formazione nella scuola inutile parlare di “comunità di pratiche professionali”.
7. Un nuovo alfabeto per l’Italia. La scuola dei nativi digitali 
Berlusconi ha fatto tanta propaganda per aver messo 30.000 lavagne interattive digitali nelle scuole italiane -LIM (una per istituto).
Il Governo MONTI ha considerato le tecnologie la panacea di tutti i mali della scuola italiana e il
tablet per gli studenti una grande rivoluzione. Peccato che i dati ministeriali dicano che il 90% delle
scuole italiane è connesso alla rete, ma solo nell’ufficio di presidenza e di segreteria. Solo il 7%
delle classi italiane dispone di una connessione wi-fi!
Il Pd è convinto che le tecnologie digitali possano migliorare la didattica della scuola italiana, ma
occorre puntare sulla formazione iniziale ed in servizio degli insegnanti, perché altrimenti Lim e
computer restano elementi puramente scenografici. Bene dunque le nuove tecnologie se servono a dare impulso ad una nuova didattica. Non più faccio lezione, tu fai i compiti, poi verifico. Ma io ti
affianco nel tuo processo di apprendimento e di ricerca.
Le tecnologie digitali non vanno usate come un semplice supporto al cartaceo, ma come nuovo
modo di conoscere e insegnare. Per fare questo abbiamo bisogno di una nuova edilizia scolastica
che ridisegni completamente i luoghi fisici della scuola e di una nuova didattica che sappia
relazionarsi con le menti veloci dei nostri figli e nipoti.
Sviluppare le Risorse educative aperte (OER-Open educational resources) è un aspetto centrale
di una nuova politica scolastica che disegna comportamenti sociali innovativi e fortemente
democratici.
Dagli studi e dalle ricerche in corso, emerge con chiarezza che l’uso delle tecnologie digitali
è di contrasto alla dispersione scolastica e può essere di grande aiuto in presenza di disturbi
dell’apprendimento, tant’è che le testimonianze di molti docenti parlano di “risultati mai
immaginati conseguiti con l’uso del digitale”.
Da un punto di vista infrastrutturale vanno garantite alcune condizioni fondamentali di partenza:
- accesso a Internet disponibile nelle scuole: fibra per tutti gli edifici scolastici
- la copertura Wi-fi degli edifici scolatici;
- la dotazione per insegnanti e alunni del materiale tecnologico anche in comodato gratuito per le
attività di didattica in piccoli gruppi.
8. Un piano straordinario per l’edilizia scolastica 
Il patrimonio scolastico italiano vale circa 100 miliardi di euro, sui bilanci di Comuni e Province. Tuttavia è chiaramente inadeguato dal punto di vista della sicurezza, come dimostrato dai troppi gravi incidenti degli scorsi anni, e dal punto di vista dell’adeguatezza dell’ambiente educativo, soprattutto alla luce delle innovazioni tecnologiche e didattiche, che favoriscono lavori di gruppo e insegnamento interattivo. Oltre il 4% delle scuole deve affittare i locali da privati con un onere complessivo peri a 230 milioni. La spesa per la manutenzione degli edifici scolastici nel 2008 era pari a 2,8 miliardi di euro, di cui 1,2 a carico dei Comuni.
Il ministro Profumo ha dichiarato di voler investire 120 milioni nella costruzione di nuovi edifici
scolastici. Tuttavia, nuove edificazioni appaiono difficili da realizzare, a causa dei tempi e della
difficoltà di concessione, soprattutto nelle zone centrali delle città. Più urgente, sarebbe avviare
un’opera di ammodernamento e ristrutturazione degli edifici esistenti, che risalgono grosso modo a due periodi storici: quello umbertino, con ampi corridoi e aule di dimensione fissa, e quello degli
anni ‘60-‘70, con spazi stretti e materiali di dubbia qualità. La ristrutturazione degli edifici esistenti
avrebbe il vantaggio di lasciare le scuole dove sono già (anziché spostarle verso zone periferiche
come nel piano di Profumo) e di attivare lavoro in una fase in cui la spesa privata per l’edilizia è in
forte caduta.
Se tocca a noi. E’ urgente un piano straordinario per l’edilizia scolastica. Oggi il 64% delle scuole
non rispetta le norme di sicurezza. E’ una vera emergenza nazionale. Servono interventi urgenti:
- allentare il patto di stabilita’ interno per quegli enti locali che investono nella ristrutturazione
o nella edificazione di nuove scuole, incentivando la costruzione di scuole con ambienti di
apprendimento innovativi ed eco sostenibili;
-rifinanziare la nostra legge 23, che permetteva un’accorta pianificazione degli interventi di concerto
con gli enti locali;
- offrire ai cittadini e alle cittadine la possibilita’ di destinare l’8 x mille dello Stato, in modo mirato
all’edilizia scolastica.

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